martedì 17 dicembre 2019

GUIDO GOZZANO UN POETA DAL CUORE BAMBINO di Eduardo Terrana


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GUIDO GOZZANO UN POETA DAL CUORE BAMBINO 

di Eduardo Terrana 

Guido Gozzano nasce il 19 dicembre del 1883 ad Agliè Canavese ( provincia di Torino) in una famiglia ricca e borghese. Conseguita la maturità classica, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma è maggiormente attratto dalle lezioni del critico e poeta Arturo Graf, che segue volentieri. Non completerà mai gli studi universitari intrapresi A Torino stringe amicizia con diversi altri letterati con i quali costituisce il gruppo dei poeti crepuscolari torinesi. Partecipa attivamente alla vita culturale e mondana della Torino d’inizio secolo. E’fervido ammiratore dell’attrice Emma Gramatica e di Lydia Borrelli. Nel 1907 pubblica la sua prima raccolta di poesie “La via del rifugio” e inizia una intensa relazione culturale e sentimentale con la poetessa Amalia Guglielminetti; si manifestano, però, i primi gravi sintomi della tubercolosi, per cui soggiorna in vari luoghi di cura. Nel 1909 la madre viene colpita da paralisi. La malattia accentua le preoccupazioni economiche aperte dalla morte precoce del padre e il poeta è costretto a vendere la villa di Agliè, in cui era nato. Nel 1910 pubblica la seconda raccolta di poesie “I colloqui”, che è considerata la sua opera maggiore. La raccolta rappresenta l’autobiografia sentimentale ed ideologica del poeta. Nel 1912 effettua un viaggio in India, sperando di trovare in quella lontana terra rimedi miracolosi alla sua malattia. Ritorna deluso a Torino dove tra il 1914 e il 1916 pubblica su “La Stampa”: “Le Lettere dall’India.” Inizia a lavorare al poemetto “Le Farfalle”, che però non riuscirà a portare a compimento, sopraggiunge, infatti, il 9 agosto del 1916, la morte che lo coglie, ancora giovanissimo, a Torino, all’età di 32 anni. Tra i crepuscolari Gozzano è il più significativo. E’ la sua una poesia schietta, nella quale si ritrovano molte immagini simboliche del poeta crepuscolare in genere: gli ospedali, gli organetti, le belle solitarie, i giardini chiusi, i conventi, tutte venate però di una soave ironia che lo distingue, in modo rimarchevole e che è espressione della sua mancata adesione al mondo rappresentato dalla poesia crepuscolare ritenuta, ingenuamente, provinciale. Perciò quelle immagini e quelle situazioni piccolo-borghese dei poeti crepuscolari , che definirà: “buone cose di pessimo gusto”, Gozzano li accetta in parte e se ne serve poeticamente, in un difficile equilibrio, tra affetto ed ironia, rievocazione e sorriso. Amante della letteratura e della vita elegante, Gozzano aspira ad una vita semplice, in grado di sottrarlo alle complicazioni intellettualistiche ed estetizzanti, ma ha consapevolezza di non poter realizzare questa sua aspirazione, da ciò ne deriva : il vagheggiamento del passato ; il rifugiarsi nel sogno; il rimpianto delle cose non godute a suo tempo; l’amore per le piccole cose domestiche; il desiderio di spazi limitati, familiari; la paura del tempo che tutto travolge. Ma il poeta sa anche contemplare con distacco questo suo fallimento, sorridendone, da qui l’ironia che avvolge la sua poesia migliore. Gli esordi poetici di Gozzano sono dannunziani, ma presto il poeta se ne distaccherà alla ricerca di toni e moduli poetici più originali. Nella figura di Totò Merùmeni, omonima poesia della raccolta “I Colloqui “, Gozzano tratteggia un ironico autoritratto, sotto un nome ricavato dal titolo di una commedia di Terenzio “Heautòntimorùmenos = il punitore di se stesso”, che risulta essere l’esatto opposto dell’eroe dannunziano perché incapace di aderire al ritmo dell’esistenza, disilluso e scettico, consapevole dell’inutilità della vita. Nel sonetto “La morte del cardellino” il poeta ci offre un saggio della delicatezza e dell’umanità della sua poesia. Il poeta manifesta il desiderio che sulla sua tomba, “fossa della sua pace”, potesse non mancare il pianto sincero del piccolo nipotino “Tita”, diminutivo di Battista; l’affetto puro e innocente del nipotino sarebbe l’estrema suprema consolazione. Il rimpianto per una vita che poteva essere gioiosa e serena e non lo è stata è il motivo della lirica “I Colloqui”, come della raccolta omonima. Il poeta ha solo venticinque anni ma sente su di sé il peso dell’età della “orrida vecchiezza “spaventosa. La realtà lo tormenta e riempie di tragicità la sua già dolorosa esistenza. Ma per quanto avverta ripulsa per tale odiosa realtà, egli non trova la capacità di ribellarsi, anzi prova a trovare rifugio in un mondo virtuale in cui ricrea, dalle sue memorie, il fantasma di quella vita serena che gli è stata negata. Bisogna attendere sereni la morte. Evento questo al quale il poeta si prepara con animo tranquillo, conscio che il male che lo affligge, la tisi, non gli lascia altro scampo. Il poeta, allora, canta l’attesa della fine senza rimpianti e senza lacrime e si rivolge al suo “cuore bambino”, ancora aggrappato ai rapiti sogni della vita, perché abbandoni quelle illusioni e non si arrenda alla disperazione. Nell’animo del poeta c’è tutto l’amaro rimpianto di una età giovane tanto desiderata quanto mai goduta, di una mai vissuta ed ormai irrecuperabile felicità, che il poeta rappresenta nel poemetto “La Signora Felicita ovvero la Felicità “, tutta racchiusa in un ideale di vita semplice, patriarcale, con una donna a fianco, in una villa di campagna, dove la sera giocare a carte con le autorità del paese. Trova comunque, nei versi che chiudono il componimento “Salvezza” il modo di una ironica rassegnata accettazione, che maschera l’angoscia dell’anima. Per quanto sin qui detto, si può, in conclusione, affermare che Guido Gozzano apre un nuovo capitolo nella poesia italiana perché attua un processo di demitizzazione della stessa facendo piazza pulita di tutte le concezioni preesistenti e dichiara, primo fra tutti, la precarietà della poesia e la sua incapacità di comunicare messaggi definitivi. Gozzano, però, è importante non solo per la sua concezione, nuova e demistificante della poesia, ma anche per le novità ad essa apportate anche sul piano formale, realizzando moduli stilistici , colloquiali e prosastici, ma solo in apparenza, perché in realtà oltremodo raffinati. E la sua tecnica di fare prosa in versi aprirà la strada a toni e moduli assolutamente innovativi che avranno poi notevole influenza sulla poesia contemporanea e sviluppo nel corso del novecento. Da qui il giudizio positivo unanime della critica che vede in Gozzano, oltre che un testimone fedele, seppur ironico, della crisi del suo tempo, soprattutto un novatore della poesia e della funzione stessa del poetare. 

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace 

Tutti i diritti riservati all’autore.





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